Consapevolezza in cammino

La consapevolezza di sé, prima delle quattro macro-competenze dell’Intelligenza Emotiva secondo il modello di Daniel Goleman, è una condizione difficile da acquisirenella “società liquida” in cui viviamo, in cui tutto scorre ad un ritmo frenetico e l’imperativo è quello di andare avanti, il più in fretta possibile, spesso senza neanche sapere dove stiamo andando.

Per questo motivo ho deciso di dedicare la mia estate a un’autentica esperienza di autoconsapevolezza e sono partita per un cammino. Ho percorso a piedi circa 200 km nell’Italia centrale, da La Verna ad Assisi, ripercorrendo i passi di San Francesco.

Il cammino è uno straordinario esercizio di consapevolezza, perché ci porta inevitabilmente a entrare in contatto più profondo ed intimo con noi stessi. Forse, in parte, è proprio il fatto di essere soli con noi stessi e lontani dalla routine quotidiana a innescare una riflessione sincera sulla nostra vita; in parte, invece, è l’atto stesso del camminare a costringerci a soffermarci su dove stiamo andando. Non è certo un caso se Socrate, che del “Conosci te stesso” (motto dell’oracolo di Delfi) ha fatto il punto di partenza della sua filosofia, costruì il suo pensiero dialogando e passeggiando e dialogando intorno alle mura di Atene.

Innanzitutto, nel corso del cammino – non delle brevi passeggiate socratiche, ma di un cammino lungo e continuativo – entriamo in contatto in maniera lampante e dirompente con i nostri limiti e punti di forza. Ad un primo livello, quelli fisici, perché il corpo ci chiede di ascoltarlo, nutrirlo, ristorarlo; ci chiede di fermarci se siamo stanchi, ma al tempo stesso ci dimostra che siamo pieni di energie e che spesso i limiti stanno solo nella nostra mente. Io, per esempio, ho scoperto durante il cammino di avere molta più energia di quella che pensavo di avere: tanta da riuscire a percorrere più di 30 km in montagna e avere ancora voglia di visitare le città o lasciarmi stupire dai paesaggi e dalla natura!

A un livello più profondo, poi, il cammino è una perfetta metafora che ci consente di riflettere intensamente e autenticamente sulla nostra vita.

  • La meta: in cammino devi avere una meta ben chiara e stabilita in partenza. Devi sapere dove sei diretto per scegliere quale strada percorrere. Spesso invece nella vita non siamo consapevoli di dove vogliamo andare, ma se non abbiamo un obiettivo chiaro che guida le nostre azioni succede che “tiriamo avanti” lasciandoci trasportare dagli eventi anziché guidarli verso il nostro traguardo.
  • Le indicazioni: lungo il cammino, a segnalarci quale strada percorrere, oltre alla guida, ci sono le segnalazioni dei sentieri e le frecce (o, nel mio caso, i tau). A essi bisogna prestare la massima attenzione: bisogna imparare a cercarli e riconoscerli, e a lasciarsi guidare. Il rischio di perdersi nei boschi è sempre presente. Se cammini da tempo e hai perso le indicazioni, è buona regola fermarsi, ripensare alla strada percorsa, ai possibili bivi in cui si sarebbe potuto prendere un’altra strada e, eventualmente, tornare indietro. Il buon camminatore deve saper tornare sui propri passi se si accorge che la strada è quella sbagliata. Il buon camminatore, però, deve anche avere il coraggio di affrontare lunghe e faticose salite se il cammino glielo indica… nella vita spesso ci arrendiamo di fronte alle sfide più difficili, e prendiamo strade alternative che però non fanno che allontanarci dal nostro obiettivo. E poi, è uno dei luoghi comuni più antichi e banali del mondo, ma è proprio così “dopo ogni salita, c’è sempre una discesa”: affrontato l’ostacolo più grande, poi possiamo rallentare il ritmo e goderci il panorama.
  • Il riposo: di tanto in tanto il cammino ti impone di fermarti: per guardare la strada già percorsa e quella ancora da fare, per ammirare il paesaggio, per bere, per distendere il corpo e ricaricare le energie, per “staccare la spina”. Il riposo è una parte fondamentale essenziale del cammino, proprio come nella vita. Durante il mio cammino mi è tornata più e più volte in testa una frase letta un giorno da qualche parte su un blog che diceva più o meno così: “quando premi il pulsante pausa su un dispositivo, si ferma; quando premi il pulsante pausa di un essere umano, si accende”.

When you press the pause botton on a machine, it stops. But when you press the pause botton on human beings, they start.

  • Lo zaino: compagno inseparabile di ogni cammino è lo zaino, che ci accompagna ad ogni passo con tutto il suo peso. Il carico del viaggio è tutto sulle spalle, per questo è fondamentale portarsi dietro solo l’indispensabile. In cammino non c’è spazio per i pesi di troppo, e questo ci costringe a pensare a quello che ci serve davvero e quello che, invece, è solo accessorio. Lasciare andare il superfluo è un esercizio tanto difficile quanto liberatorio che ogni tanto andrebbe fatto.
  • I compagni di viaggio: spesso in cammino si parte da soli, ma lungo il tragitto si incontra una varietà di persone con cui condividere i propri passi, le proprie fatiche, la meta. Forse è proprio il fatto di condividere lo stesso obiettivo, e infondo anche le stesse paure, che dona alle relazioni che si vivono e si intrattengono durante il cammino un “sapore” più intimo, perché non filtrato dalle convenzioni sociali, dalle differenze, dai giudizi. È più facile, in cammino, trovare del tempo autentico da dedicare agli altri: c’è tempo per divertirsi, tempo per condividere le proprie esperienze, tempo per stare in silenzio, tempo per guardarsi negli occhi, tempo per ridere, tempo per commuoversi, tempo per aiutarsi. C’è tempo, anche, per comprendere di che tipo di relazioni ci stiamo circondando nella vita: chi sono le persone che abbiamo al nostro fianco? Sono quelle che condividono i nostri valori? Che ci incoraggiano e ci supportano nel raggiungere gli obiettivi?

Arrivare al traguardo è una grandissima emozione, anzi un insieme di emozioni molto intese (per onor di cronaca: ho pianto): c’è la fatica che cede il posto alla soddisfazione e all’orgoglio dell’avercela fatta; ci sono lo stupore, la meraviglia, l’incredulità; c’è la gioia e la voglia di condividere l’esperienza vissuta, e c’è anche un po’ di tristezza per averla terminato. Ma è una sensazione fugace, che dura giusto il tempo di una pacca su una spalla, di un abbraccio e un saluto tra amici e compagni di viaggio, perché poi, proprio come nella vita, si riparte ognuno con nuovi obiettivi e nuove mete, costruendo un nuovo sentiero.

 

Viandante non esiste il sentiero,

il sentiero si fa camminando

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Elena Saltini

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