Alla ricerca della leadership perduta

Leadership balneare

Gli avvenimenti italiani di questa estate hanno messo in evidenza, se ancora ce ne fosse bisogno, una grave crisi della leadership che si riflette in una continua e irreversibile crisi delle nostre istituzioni pubbliche e private.

Da molti anni le immagini estive dei nostri leader politici sono imbarazzanti rispetto a quelle di leader di altre nazioni che hanno saputo condurre i propri popoli verso traguardi importanti e difficili in tempi molto “liquidi” (Bauman). Due in particolare: Barack Obama e Angela Merkel hanno traghettato i loro paesi da situazioni che sembravano compromesse e con futuri incerti ad una rinnovata leadership globale.

Noi italiani esprimiamo da troppo tempo confusione, caciara da spiaggia e incompetenza. In particolare su quest’ultimo punto l’economista Irene Tinagli ha documentato molto bene nei suoi recenti scritti come l’ultimo parlamento eletto sia il meno competente dalla fondazione della nostra Repubblica. Un esempio: i tre attuali leader delle principali formazioni politiche non sono laureati.

Non che la laurea e nemmeno il master garantiscano una leadership forte e autorevole, alcuni ministri del recente governo laureati hanno infatti mostrato oltre che totale incompetenza anche scarsissima leadership, ma studi strutturati e qualificati sono una buona base su cui costruire una carriera solida e di successo.

L’Italia non è sola in questo scenario desolante, molte nazioni con un passato glorioso (vedi Francia e UK) non sembrano esprimere, anche loro da molti anni, leader autorevoli e capaci, ma questo non può giustificare i nostri gravi errori.

Crisi del liberalismo o cambiamento irreversibile

Si tratta di una crisi temporanea, o ci sono segnali di un cambiamento irreversibile alla base di queste nostre incapacità?

La tesi che mi pare più verosimile e anche accreditata è quella del cambiamento a seguito del nuovo paradigma tecnologico di internet e della digitalizzazione che hanno dato il via a una grande evoluzione della società che sembra offrire motivi di preoccupazione, ma anche di grande speranza. La differenza tra un futuro difficile e cupo ed uno di progresso per la maggioranza delle persone risiede proprio nella leadership.

Molti studi e ricerche mettono in evidenza le principali cause e fattori di questo cambiamento.

Partiamo da lontano, J.K. Galbraith– straordinario economista americano mancato nel 2006 – già negli anni ‘80 nel suo “L’età dell’incertezza”, dimostrò il crescente strapotere delle multinazionali come enti globali al di sopra delle istituzioni nazionali. Se fosse ancora in vita, Galbraith avrebbe avuto la conferma definitiva e totale delle sue tesi osservando il predominio delle super compagnie internet che esprimono un’influenza totalizzante sui comportamenti sociali e di acquisto nelle economie dei paesi evoluti.

Ma non basta, ormai sono queste multinazionali internet e pochi loro super manager a dettare le politiche fiscali (e pertanto di distribuzione della ricchezza) e si accingono a imporre anche le politiche monetarie a molte nazioni deboli se non, in un futuro non troppo lontano, a tutto il globo. Le istituzioni tradizionali e i loro leader perdono progressivamente potere e hanno un ruolo sempre più secondario di amministrazione di decisioni prese da altri.

Attali nel suo libro “Breve storia del futuro” paventa un futuro atroce dominato da pochi super uomini (super manager, ma non solo: super atleti, super artisti…) che deterranno gran parte del potere e delle ricchezze a discapito di istituzioni governative che perderanno potere effettivo (tendenza già in atto da molto tempo).

Attali lascia uno spiraglio di speranza, ma la sua tesi si può ricondurre all’ormai avvenuto superamento del liberalismo alla base della fondazione delle società economicamente più avanzate, liberalismo apparentemente vincente dopo la caduta a fine anni ‘80 dei regimi che si erano ispirati al marxismo.

N. Harari – storico israeliano – nella sua recente trilogia (sapiens, homo deus, 21 lezioni per il XXI secolo) trasforma i super uomini in dei, e dà l’ultima spallata all’ideologia liberale mettendo in luce come lo stesso concetto di libero arbitrio, e addirittura l’esistenza di una coscienza, siano fallaci e illusori. Noi come esseri viventi saremmo determinati e guidati da algoritmi sedimentati da millenni nelle nostre reti neuronali. La nostra apparente coscienza – la facoltà di scegliere e decidere liberamente in totale autonomia – sembra essere inesistente. Prima di prendere consapevolezza delle alternative possibili abbiamo già scelto. O meglio ha già scelto un algoritmo scritto nel nostro cervello.

Presto, secondo Harari (ma anche per J. Rifkin  nelle sue ultime opere e per i professori del Mit E. Brynjuolfosson e A. Mcafee in “La nuova rivoluzione delle macchine”) le macchine basate sull’intelligenza artificiale prenderanno il sopravvento, e coloro che le possederanno (pochi al mondo secondo gli attuali trend) saranno i nuovi padroni del globo.

La crescente concentrazione della ricchezza dimostrata dagli studi analitici del professore T. Piketty sembra confermare questa tendenza. Ricchezza come risultato di una leadership ristretta e ispirata ad interessi elitari di una vita da super uomini o addirittura dei.

L’élite diffusa in una classe allargata figlia del progresso del ‘900, che ha fatto tanto discutere molti intellettuali italiani sullo stimolo degli scritti di Baricco, sembrerebbe un’illusione. La vera élite che decide le sorti del mondo è già molto ristretta e in uno scenario fosco tenderà ancora di più ad essere esclusivamente composta da coloro che possederanno le macchine oramai più intelligenti e versatili degli uomini.

La fine del liberalismo, decretata anche da Putin in una recente intervista, è stata annunciata oggi dai sovranisti, ma messa in pratica già da molti anni dai super manager, che sono spesso indicati come fulgidi esempi positivi di Leadership. Certamente positivi per se stessi e per le loro ristrette corti.

Il recupero del marxismo (vedi P. Mason  nel suo “Postcapitalismo”) sembra improbabile, sebbene Marx sia stato il primo a intuire la fine del lavoro.

E allora? A cosa ispirarsi per una leadership che ribalti queste fosche previsioni?

Bisogna prendere atto del superamento delle ideologie del secolo passato e abbattere taluni principi considerati a torto dei dogmi per far sì che il progresso tecnologico sia a beneficio di tutti e non di una ristretta cerchia di super uomini.

Un nuovo manifesto per la leadership

Ci vorrebbe un nuovo MANIFESTO per ispirare l’umanità in un percorso di progresso collettivo e globale che superi questi dogmi e fondi dei nuovi principi per la leadership del futuro.

Qualche spunto?

1 Il superamento del concetto di proprietà privata così come concepita dal liberalismo. La nascita di un nuovo principio secondo il quale tutte le ricchezze prodotte al mondo derivano dall’uso, trasformazione, distribuzione di fattori materiali e immateriali che appartengono all’intera umanità. E pertanto di queste ricchezze ne devono beneficiare tutti e nessuno se ne può appropriare in modo definitivo.

2 La ricompensa ad avere di più (anche molto di più) in vita deve rimanere alla base della motivazione individuale per generare innovazione e progresso economico e sociale. I benefici del merito e delle capacità individuali non dovrebbero però passare, se non in piccola parte, agli eredi (molto spesso poco meritevoli) per ritornare ad essere suddivisi tra tutti e ritornare a premiare chi ha capacità e poche risorse e a sostenere chi non ha né risorse né capacità.

3 La libertà di espressione non dev’essere sacrificabile per alcuna ragione.

4 L’istruzione – anche privata – deve essere accessibile gratuitamente almeno al 50% a giovani meritevoli privi di risorse economiche.

5 Qualsiasi posizione di potere pubblico e privato deve avere dei limiti temporali ragionevoli. Chi ha occupato posizioni apicali di potere non può occuparne altre. Ci deve essere equilibrio di genere nelle posizioni di potere.

6 Bisogna inserire negli obiettivi nazionali e sovranazionali indicatori di distribuzione della ricchezza (ad es. indice di Gini) in modo da avere una guida costante in questa direzione. Non basta tenere sotto controllo (giustamente) il debito pubblico, o porsi obiettivi di crescita o di disoccupazione. Serve guidare costantemente la distribuzione della ricchezza con politiche realizzate ad hoc.

7 L’impatto sull’ambiente dovrebbe essere prioritario. Con forti incentivi nazionali e sovranazionali per le attività ad impatto zero o basso e forti disincentivi per quelle ad alto impatto. L’ambiente come patrimonio comune non può essere in alcun modo sacrificato per interessi specifici. A partire dalla alimentazione. Più compatibile con l’ambiente, più salutare.

8 Un principio simile, basato su incentivi, dovrebbe valere per le attività che condividono in modo aperto l’innovazione e contenuti artistici e creativi.

9 Il diritto alla salute deve essere garantito a tutti. Con disincentivi economici per abitudini e comportamenti che possano compromettere il buono stato di salute.

10 La proprietà di dati e informazioni, e loro elaborazione di ogni tipo, derivate da uso di applicazioni digitali è esclusivamente della sua fonte e non può essere in alcun modo ceduta. Bisognerebbe porre dei limiti più stringenti all’uso e elaborazione a queste informazioni.

11…

Questi sono solo alcuni spunti e idee (già diffuse in parte nell’élite a cui fa riferimento Baricco) per costruire i nuovi principi ispiratori dei leader del futuro se vogliamo che il progresso tecnologico diventi un’opportunità per tutta l’umanità.

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Stefano Pivi

Da oltre venti anni nella consulenza e formazione manageriale. MBA associato AIMBA
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